Gemellopoli

Dino e Pino, gemelli per forza

Gemelli per forza....Quando vale la pena dire… come due gocce d’acqua
Già mamma Antonietta e papà Francesco, tanto per confondere subito le idee, ci hanno chiamati Dino (Bernardino) e Pino (Giuseppe): due nomi con forte assonanza. Poi, per evitare equivoci peggiori, non appena messo il naso fuori dalla finestra ci hanno stretto ai polsi due nastrini di colore diverso. Che notte quella notte! Siamo a Gennaio del 1941. Nasciamo in casa come era d’uso allora. Siamo in periodo di guerra, papà al fronte (tornerà a casa con i gemelli di 3 anni), cumuli di neve per le strade e bacinelle di acqua calda che arrivano anche dai premurosi vicini di casa allertati per la complicata situazione che si sta prospettando. Nessuno sa che in arrivo ci sono due ospiti anziché uno, non esistevano allora le ecografie, e men che meno si conosceva il sesso dei nascituri. Ma i due completini, uno azzurro ed uno rosa preparati per l’alternativa, sono serviti entrambi come primo vestiario per i due maschietti.



Fu la prima ed unica volta, fin verso i diciotto anni, che ci trovammo vestiti in modo diverso. Mamma ci teneva, con meticolosa precisione, ad abbigliarci da testa ai piedi perfettamente uguali. Oggi sentiamo che le teorie moderne disdegnano questo comportamento perchè lesivo dello sviluppo della personalità dei gemelli. Per noi, niente di più sbagliato. Siamo cresciuti senza complessi e con personalità non proprio represse. Piuttosto, per avere i vestiti uguali, un problema si presentava al momento dell’acquisto perché nei negozi, quando fummo più grandi, non si trovavano quasi mai due cappotti della stessa taglia uguali nella foggia e nel colore o due paia di scarpe identiche e dello stesso numero. Aspettavamo qualche tempo pur di sintonizzarci. Abbiamo corso un po’ passando dai primi vagiti al vestiario da giovanotti, ma il piacere di stendere questi quattro appunti non vuole essere una cronologia di vita, ma il richiamo, come vedremo, di una serie di concomitanze che possono sembrare surreali. Siamo gemelli monozigotici, o monoovulari (cioè due rossi in un unico uovo) e la somiglianza in questo caso è naturale. Noi abbiamo un po’ esagerato tanto da mettere in difficoltà coloro che non ci frequentavano assiduamente. Don Camoletto, parroco di S. Giovanni (parrocchia che è stata una nostra seconda casa) per evitare di confondersi ci chiamava Pinodino.



Per restare in tema liturgico ricordiamo che, un po’ più grandicelli sempre don Camoletto ci chiamava a servire a tavola nei succulenti pranzi cui erano invitati Monsignori o Vescovi dopo le celebrazioni solenni. Due camerieri uguali facevano spillo. Andavamo volentieri intanto perché poteva scapparci qualche (modestissima) mancetta, ma soprattutto per gustare le prelibate delizie culinarie che le due perpetue (questo era il nome canonico delle persone di servizio presso i sacerdoti ) trasformatesi per un giorno in chef di rango preparavano per gli alti prelati. Piccolo inciso: Parroci e Monsignori sotto la tonaca nascondevano in genere una abbondante "panzetta" e fianchi opimi mentre ai Vicecurati, molto più in linea, evidentemente venivano concessi con più parsimonia i frutti dei benefici parrocchiali. Torniamo ai gemelli che crescevano, sempre insieme. Casa, scuola, oratorio. Papà, appassionato di fisarmonica, ci ha indirizzati verso la musica e noi abbiamo accettato gli indirizzi dei genitori, come usava fare allora. E con la nostra fisarmonica venivamo sovente ingaggiati per intrattenere gli spettatori negli intervalli delle recite parrocchiali di Savigliano, Marene, Cavallermaggiore oppure come mascotte per le numerose sagre paesane. Palcoscenici non di primo livello, ma molto popolari.



Durante l'estate trascorrevamo qualche settimana di soggiorno in montagna con gli amici dell’oratorio, ovviamente insieme. Tranne un anno. E qui dobbiamo raccontare il primo episodio sorprendente. Pino è chiamato a fare l’assistente per un mese nella colonia estiva di Casteldelfino, Dino va in montagna a Prato Rotondo, in val Maira. Dino interrompe il soggiorno per tornare a casa dopo una settimana. Deve ricorrere alle cure di un dentista per l’estrazione di un dente. Pino quando torna a Savigliano racconta di essere sceso a Sampeyre, la domenica precedente, per farsi estrarre un dente. La stessa domenica, la stessa mattina, LO STESSO DENTE. Da restare basiti. Lo raccontiamo, e non ci credono. State certi: non c’è trucco, non c’è inganno.
Prima di affrontare i temi più impegnativi, scuola e lavoro, ci fa piacere raccontare una gustosa scenetta. Potremmo intitolarla: in vino veritas. Siamo verso la seconda o terza elementare, cioè tra i 7 e gli 8 anni. I giochi con gli amici sono la vita e noi organizziamo una grandiosa sfida a bocce con un traguardo da grandi eventi. Sulla scia di quanto probabilmente percepito dai discorso degli adulti i patti si stabiliscono chiari: chi perde paga da bere a tutti. Dino e Pino perdono e per onorare l’impegno, approfittando dell’assenza della mamma, invitato tutti a casa. Conoscendo l’allocazione della cambusa, un modesto fiasco, ma pieno di nettare prelibato, si dà inizio ai festeggiamenti ed alla bevuta collettiva. Quando mamma arriva tutto è tornato in ordine, gli amici se ne sono andati, ma i due gemelli seduti l’uno di fronte all’altro si stanno effondendo in complimenti surreali. Carezze,caro di qua, caro di là, gioia e tesoro, che bel pomeriggio, amici tornate e via di questo tenore. Mamma capisce che qualcosa di strano deve essere successo, cerca in dispensa e trova i fiasco vuoto . Mentre mette a fuoco la situazione i bevitori piombano in una depressione totale e l’euforia si trasforma in pianti e lamenti . La cosa migliore è, con un bel po’ di apprensione, sistemarli a letto in attesa che i fumi si dileguino ed i due rintronati rinsaviscano. Spiegarla poi al papà al momento del risveglio non deve essere stata proprio cosa semplice, ma oggi raccontare del primo e forse unico stato di ebbrezza che ci ha rapiti finisce per essere un simpatico intermezzo. Tutto sommato una birichinata che fa sorridere. Veniamo ora alla scuola dove non mancano gli spunti curiosi. Dopo un bell’allenamento all’asilo parrocchiale abbiamo affrontato la prima elementare equipaggiati con due bellissime cartelle di legno fabbricate da papà, bravissimo e talentuoso falegname. Le conserviamo ancora adesso. Hanno la forma di un libro, i fianchi e la costola superiore intarsiati a ricordare i fogli di un libro, i pannelli laterali in radica lucida. Tutti ci ammiravano questi piccoli capolavori larghi quei sei o sette centimetri sufficienti a contenere il testo scolastico, due quaderni, matita e gomma. Ora alle elementari si va con zaini di volume e peso tali che occorrerebbe uno "sherpa" per portarli. Abbiamo affrontato la prima elementare lucidati per bene, con i grembiulini neri che nascondevano i vestiti nuovi confezionati per l’occasione dalla mamma. In classe risultavamo in tal modo uguali per forza. La maestra ci prese a benvolere per i nostri atteggiamenti assolutamente ligi e per l’applicazione che dimostravamo. Singolare il fatto che nello scrivere i giudizi sul quaderno scolastico la bravissima e paziente maestra Sclavo doveva essere molto attenta a comporre le parole nella stessa dimensione. Lo svolazzo più lungo ad uno dei due suscitava mugugno al quale occorreva riparare con una pur piccola correzione per riportare la serenità familiare.

Abbiamo sempre viaggiato di pari passo riportando voti e giudizi, anche nelle scuole superiori, del tutto similari. Anche all’esame di maturità la media finale risultò perfettamente identica, anche nei decimali. Le materie scientifiche ed in particolare la matematica sono state per entrambi le discipline di gran lunga preferite e nella quali riportavamo i migliori risultati. Ci tenevamo a misurarci tra noi nel risolvere più velocemente qualche difficile espressione di algebra od un problema di geometria particolarmente ostico. Non riuscivamo a studiare insieme, come invece facevano molti nostri compagni di scuola, ma all’interrogazione percepivamo con immediatezza se il fratello sapeva rispondere con bravura o se si paventava qualche inceppamento. Questo è un aspetto che ci siamo ricordati sovente. Per gli altri superare bene la propria interrogazione, il proprio compito in classe (le verifiche, come le chiamano adesso) era tranquillizzante. Per noi la serenità arrivava solo quando anche il fratello era riuscito bene. In caso contrario la festa non era completa (succedeva, per fortuna, molto di rado). Un episodio curioso ci sta anche qui. Un giorno, verso il terzo o quarto anno di ragioneria, decidiamo, d’accordo con i compagni di scuola, di mettere alla prova il professore nella Sua capacità di riconoscerci. Lezione di diritto, professor Einaudi. Un vero signore, sulla cinquantina, distintissimo ed impeccabile nella sua compostezza. Era un poeta dialettale piemontese che riusciva meglio nel suo hobby che nelle lezioni di diritto. Interroga Bernardino e lui si presenta vicino alla cattedra per rispondere. Voto 8. Torna al banco e si scambia velocemente di posto con il fratello. Giulio Einaudi chiama Giuseppe e si ripresenta ancora Dino. Voto 8- . Operazione perfettamente riuscita fino a che un po’ di fermento ed un notevole brusio pervadono l’aula. Bisogna confessare la marachella e per fortuna il Prof. ,da poeta sognatore qual era, la prende come una simpatica goliardata e tutto finisce lì. Questo siparietto scolastico ci porta indietro a ricordare l’esame di terza media. Ovviamente ci eravamo presentati vestiti allo stesso modo, stessa pettinatura, stesso preoccupato incedere. Molto difficili da riconoscere.

All’interrogazione orale ci chiamarono insieme. Uno, seduto, rispondeva alle domande della commissione d’esame, l’altro assisteva, in piedi, accanto all’esaminato. Finita l’interrogazione siamo stati invitati a scambiarci le parti sotto i vigili occhi degli esaminatori. Così nessun dubbio di raggiro che per altro non avremmo avuto l’ardire di tramare, ma neanche osato pensare. Siamo nati portandoci nel sangue il DNA dello sport. Dopo i primi calci e le interminabili partite all’oratorio ( con conseguente regolare sfascio delle scarpe e relativa sonora sgridata di papà) eravamo entrati entrambi nella squadra della parrocchia. Primi confronti agonistici rivestiti di ufficialità.

Il calcio ci appassionava, abbiamo giocato parecchio in squadre che disputavano campionati minori. Anche l’amicizia con i compagni di squadra ci dava gratificazione, ma ci mancavano i fondamentali importanti, scatto, rapidità per affrontare impegni più qualificanti. Riuscivamo meglio negli sport di fatica dove la volontà, la capacità di sopportare lo sforzo, la determinazione, giocavano un ruolo determinante. Per questo ci siamo cimentati con maggiori soddisfazioni nel mezzofondo di atletica leggera. Ai campionati studenteschi ci chiamarono a rappresentare il nostro Istituto Tecnico di Saluzzo tanto da meritarci "l’impiccagione" al quadro scolastico: le fotografie incollate, insieme con quelle degli altri sportivi agonistici, in una bacheca appesa nel corridoio per presentare gli atleti della scuola e dare loro un po’ di stimolo. Era una iniziativa del dinamico ed appassionato Prof. Voltolini, insegnante di educazione fisica, che si adoperava in ogni modo per promuovere ed incentivare la pratica sportiva tra gli studenti. Le nostre foto erano talmente somiglianti che i compagni di istituto non di rado ci interrogavano malignamente sulle nostre identità. Ovvio che non potessimo confonderci, tranne dimostrare un po’ di titubanza quando si trattava non di un, ma di una interrogante. Più tardi altri due gemelli di ben altra caratura vennero "impiccati". I fratelli Damilano, marciatori assurti a fama internazionale, annientarono le nostre modeste imprese nell’atletica leggera. Dopo un un po’ di tennis, fatto per passatempo, ci siamo infiammati per un vecchio pallino: il ciclismo. Altro sport di resistenza,fatica e sofferenza. Questa passione, che ci permetteva anche di scaricare le tensioni del lavoro, ce la siamo portata avanti negli anni e resiste tutt’ora. L’innato spirito agonistico che ci ha animati fin da giovani è sempre stata la molla che ci ha spinti a misurare le nostre attitudini in competizione. Così è stato in seguito, in tutti i campi.

Con l’esame di maturità per il quale ci siamo preparati studiando sempre in camere diverse eppure riportando, come detto, un risultato identico, e con il conseguimento del diploma in ragioneria ( studio centratissimo per il nostro carattere pragmatico e per la nostra sistematicità) si aprivano le strade del lavoro. Bisognava però, anni ’60, rendere un anno e mezzo allo Stato per il servizio militare. Per la “leva” si partiva a 21 anni, ma finiti gli studi a 19 non era facile trovare un impiego definitivo che si sarebbe poi dovuto interrompere. Soluzione: facciamo domanda per partire volontari. A scuola, nell’ultimo anno ci avevano presentato con la dovuta enfasi l’Accademia Militare di Modena dove si formano gli Ufficiali di carriera. La prospettiva non ci dispiaceva e stimolava le nostre inclinazioni verso una vita regolata e programmata. La scelta ci parve però un po’ troppo definitiva per cui siamo stati consigliati di tentare la scuola per diventare Ufficiali di Complemento (12 mesi di scuola, 6 da Ufficiali). Al termine sarebbe stato possibile scegliere se continuare nella carriera militare o prenderci il nostro congedo per poi accedere al lavoro. Anche qui le coincidenze un po’ singolari non sono mancate. Presentata la domanda per la Scuola Militare abbiamo affrontato numerosi test psico attitudinali e dopo approfondite visite mediche per entrambi l’esito è stato: abili ed arruolati. Nello svolgimento di un ulteriore colloquio nel quale si esponevano le situazioni familiari si scopre che Dino è primo nipote di avo vedovo. In teoria avrebbe dovuto provvedere, in caso di necessità, al sostentamento del nonno vedovo con sole figlie. Possibilità di esenzione dal servizio militare ottenibile all’istante. No, grazie, si affretta a precisare Dino, voglio fare l’Ufficiale come mio fratello. Quando già militari, anche a Pino viene offerta la possibilità di congedo immediato per la carenza di qualche decimale in un rapporto parametrico con l’altezza. L’obiezione non poteva che essere: no, grazie, voglio fare l’Ufficiale come mio fratello. Curioso è quanto accadde all’arrivo della “cartolina”, la famigerata raccomandata che chiamava alle armi. Dino è destinato alla scuola di Lecce, Pino deve partire la settimana successiva per Ascoli Piceno. Panico della mamma che si vede dividere i “pargoli”. Ma così è, e Dino parte per Lecce: caserma Pico, 1° compagnia, 1° plotone. Passa qualche giorno, e già con la divisa indosso vede arrivare uno spaurito giovanotto con la valigetta classica della recluta. Un sobbalzo, sbigottiti entrambi: è Pino che, senza la possibilità di avvisare, si era avvalso di una norma che conferiva ai gemelli la possibilità di partire in contemporanea. Caso vuole che gli aggregati venissero assegnati alla 1° compagnia, 1° plotone. Ha avuto inizio così il servizio militare che ci ha visti sempre insieme. Prima sei mesi a Lecce, poi altri sei alla SMA, scuola militare alpina di Aosta, e finalmente tenentini di prima nomina a Bra.



Il servizio militare è stato svolto con impegno e molto rigore, specie nell’anno di scuola militare ed entrambi ricordiamo questo periodo con molto, molto piacere. Ci ha dato modo, molto giovani, di tradurre operativamente le nostre inclinazioni all’ordine ed alla metodicità, alla disciplina ed al rispetto della gerarchia preparandoci anche alla conduzione di equipe di collaboratori. E’ stata una palestra utilissima per quello che ci attendeva nel mondo del lavoro. E, non da ultimo, i sei mesi da Ufficiali ci hanno dato la possibilità di portare a casa i primi aiutini ai genitori che per portarci avanti negli studi non avevano lesinato sacrifici e rinunce. Papà, geniale e molto intraprendente, dopo le otto ore in officina non aveva difficoltà a procurarsi lavori di falegnameria per i quali era molto ricercato; mamma, abile nel lavoro sartoriale, oltre a confezionare abiti per noi e per i conoscenti, effettuava lavori a domicilio per piccole aziende tessili locali che già allora “esternalizzavano”. Il nostro trattato potrebbe chiudersi qui con i saluti se non ci accorgessimo che ci sono restati nella penna alcuni aneddoti. Lasciato il servizio militare ed abbandonate le velleità di carriera che avevamo valutato entrambi un po’ soffocante, avevamo presentato, come tutti, numerose domande di assunzione. Tra le aziende alle quali ci eravamo presentati c’era la Olivetti di Ivrea. Era la celebrata industria di Adriano Olivetti, azienda ambitissima, in forte espansione,che faceva testo in Italia ed all’estero per le aperture sociali, per la solidità, per le allettanti retribuzioni, per la sicurezza d’impiego. Esami psico attitudinali, come d’uso, colloqui ed assunzione per entrambi. Tutto bene, ma dopo qualche tempo incominciò a pesarci il lavoro lontano da casa. Partire in treno molto presto il Lunedì mattina per raggiungere Ivrea ed aspettare con mugugno che passasse la settimana per fare ritorno a casa il Venerdì sera lo ritenevamo uno stile di vita da superare ed abbiamo incominciato a guardarci intorno. Siamo nel 1963, verso metà anno. A Dino si presenta l’opportunità di trovare impiego presso la ditta Bertone, una bella azienda commerciale saviglianese in fase di sviluppo. Nessuna titubanza. Rassegna le dimissioni e si appresta a svolgere i 15 giorni di preavviso come da contratto. Per Pino inizia una settimana di passione e di tormento perché intravede chissà quanto tempo di solitudine ad Ivrea. Il Sabato successivo, di ritorno a Savigliano, i genitori però hanno una notizia straordinaria. La Cassa di Risparmio di Savigliano ha necessità di personale per l’apertura di nuove filiali. Si apre a Pino l’occasione di essere assunto. Termine massimo per iniziare il lavoro una settimana. Spiace non poter rispettare i fatidici 15 giorni, si perderà una settimana di preavviso, ma l’opportunità è irrinunciabile. Morale: abbiamo lasciato la Olivetti per due destinazioni diverse lo stesso giorno e lo stesso giorno abbiamo trovato lavoro a Savigliano. Pino farà carriera fino ai vertici della Cassa, Dino verrà poi chiamato a dirigere una grossa industria torinese, l’Alpina. Carriere parallele, risultati similari. Abbiamo cercato di mettere in pratica, nel lavoro, un antico, ma saggio concetto: non è necessario fare cose straordinarie, quanto fare straordinariamente bene le cose ordinarie.
Non potevano mancare, in un percorso così parallelo, episodi curiosi. Ne raccontiamo due tra i tanti equivoci in cui ci siamo imbattuti. Un imprenditore napoletano, dopo un impegno di lavoro all’Alpina, viene accompagnato dal gemello “torinese” all’aeroporto di Caselle per il ritorno a Napoli, con scalo a Roma. All’aeroporto di Fiumicino incrocia l’altro gemello e, esterrefatto, abbozza un cenno di saluto senza esserne ricambiato. Alla sera alle 11 Dino riceve una telefonata da Napoli: perdoni l’ora, sono frastornato, e prima di prendere la macchina per tornare a casa voglio accertarmi del mio stato di lucidità. E racconta l’incontro di Roma. Tranquillo, la replica, lei sta benissimo. Ha incrociato mio fratello gemello che si imbarcava per Caselle. Siamo molto simili, succede spesso. E la vita ha ripreso il suo corso. L’altro fatto curioso avviene sotto casa. Piccola premessa: papà per tenere unita la famiglia aveva costruito una casa a tre piani. Pino, Dino e sotto i genitori. Una bella signora, giovane, cugina di Pino viene a Savigliano a trovare questi suoi parenti. Nell’atrio di ingresso incontra Dino e si effonde in un abbraccio (casto) salutando: che piacere, era tempo che non ci vedevamo ecc. ecc. Dino non ha tempo di spiegarsi fino a che non si divincola con un semplice: guardi che io sono il fratello. Impietrita la bella bruna riesce solo a replicare: mi scusi. Dino la tranquillizza: se dovessimo reincontrarci, faccia pure. E tutto finisce in gloria. Molti ci chiedono se abbiamo approfittato della nostra somiglianza. Qualche innocente occasione si è presentata, ma non è il caso di affondare il coltello in questa direzione. Ci è mancato il “coup de theatre” che potrebbe accendere la fantasia e che meriti questa prima pagina. Prima pagina che a questo punto possiamo ripiegare. Il quadretto familiare è completato.

Proviamo ora a mettere insieme alcune riflessioni su quello che rappresenta la vita condotta in parallelo da due gemelli. Per noi è stato bellissimo tanto da augurare, con calore, di vedere altri gemelli in famiglia. Non è accaduto (per ora) ai nostri figli, lo speriamo per i nipoti. Già detto di non aver provato alcun complesso per aver vissuto in assoluta simbiosi gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza. Abbiamo avuto la fortuna di trovare, sempre, un punto di appoggio, un confronto positivo in ogni frangente. Non sono mancate le discussioni di rito come per tutti i fratelli, ma quanti momenti di aiuto, quanto “vissuto” in condivisione. Ancora oggi sentiamo il bisogno di confidarci e di confrontarci su tanti problemi. Abbiamo avuto orientamenti , stili di vita e progressione di carriera similari. Uguale la voce, pressoché irriconoscibile al telefono, uguale il modo di porci e di gesticolare, uguale il modo di presentare le relazioni di lavoro (ci viene fatto rilevare da chi ha avuto modo di sentirci entrambi).
Di fronte a qualsiasi evento proviamo le medesime sensazioni, sappiamo come il fratello lo sente e lo valuta. Soppesiamo con lo stesso metro fatti e situazioni. Con lo scorrere degli anni, così come la somiglianza fisica ha perso qualche colpo, anche gli atteggiamenti comportamentali si sono naturalmente modificati in conseguenza dei percorsi di lavoro sviluppati in ambienti differenti e di esperienze di vita diverse. Ci siamo giocati la partita del tempo, con le difficoltà che incontrano tutti, dentro una grande, straordinaria, bella favola.

Quanto resta è tutto da scrivere. Sullo scacchiere non sono rimaste molte pedine. Sarà necessario muoverle con oculatezza. Ma questa è un’altra storia.
Dino e Pino

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